Nell'evolversi di tante disastrose situazioni ambientali e politiche svolsero il loro ministero sacerdotale in Telgate gli arcipreti: Pazio nel 1296, Viviano da Mezzate fino al maggio 1315, uno di cui non si conosce il nome, Alisio da Clusone dal 1346 e il conte Giovanni Suardo dal 1347.
Quale traccia abbiano lasciato della loro opera non è possibile stabilirlo con documentazioni, ma non sembra sia difficile valutarlo con intuizioni e deduzioni.
Alla gente disorientata, impaurita e talvolta disperata, l'arciprete dev'essere apparso come il più sicuro punto di riferimento, e non solo per l'aspetto spirituale. Pare di sentirli quei sacerdoti, dal pulpito, invitare alla concordia, alla solidarietà, alla nonviolenza, alla necessità di essere pronti a presentarsi al tribunale di Dio, alla riflessione sui novissimi, all'assidua frequenza della chiesa, alla preghiera, ai sacramenti.
Forse, dati i tempi e la preparazione dottrinale, non tutti sempre saranno stati all'altezza delle difficili situazioni, ma è certo che devono aver fatto non solo del loro meglio ma tutto il possibile, anzi talvolta forse anche l'impossibile. Lo zelo, il coraggio e la tenacia nel promuovere il bene, ai nostri antichi pastori d'anime, non hanno mai fatto difetto.
Allora, come avviene nei momenti più gravi della vita delle popolazioni, in un impetuoso risveglio di fede, in una disperata invocazione della bontà di Dio, in un tragico appello ai violenti in nome dei castighi d'oltre la vita, e a imitazione di moti forestieri e specialmente provenzali, cominciarono le cosidette processioni dei Bianchi (disciplini).
Nell'agosto 1399, lunghe processioni di gente in bianche vesti, che invocavano «pace e misericordia» e cantavano inni sacri, specialmente lo «Stabat Mater», si misero in moto per il territorio bergamasco, passando con la croce dove erano stati il sangue e la rovina. Si snodarono per moltissimi paesi della pianura, nella città e nelle varie vallate.
Clero, nobiltà e popolo si trovarono uniti in preghiere penitenziali e volontà di riconciliazione. Tra gli uomini, le donne e i perseguitati vi erano gli stessi responsabili di tanta rovina, poiché ad essi era stato concesso un salvacondotto perché potessero intervenire, come espressione di riaffermato desiderio di pace.
Schizzi indicativi degli stemmi dei conti Marenzi.
Scudo con aquila nera su fondo giallo, tre fasce
oblique a scacchi bianchi e blu su fondo giallo
(dallo Stemmario Carrozzi presso la Biblioteca
Civica Angelo Mai di Bergamo).


In alcune zone si contava una presenza di persino sedicimila persone, come nella confluenza tra la valle Imagna e Brembana. Nessuna chiesa poteva contenere tanta moltitudine di devoti, perciò le prediche di padri domenicani e le celebrazioni delle Messe avvenivano all'aperto.
La più grandiosa assemblea, di ritorno dalla Valle Seriana, si formò al colle della Fara in città, il 12 settembre 1399, e in tale occasione, dopo una predica di frate Luigi di Scalve, i più importanti cittadini, anche coloro che da tempo erano mortali nemici, si abbracciarono, si baciarono e giurarono amicizia e fraternità sul vangelo.
Questo stesso movimento di popolo contribuì, purtroppo, a diffondere la grave epidemia pestilenziale che appunto verso la fine del 1399 afflisse la città. La peste in tre mesi provocò la morte di quasi ventimila persone in città e ottantamila nell'intera bergamasca.
I parroci e gli arcipreti, in tanta desolazione, si prodigarono intrepidamente.
Passavano di casa in casa a portar conforto ai parrocchiani colpiti,
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